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Forme dell’impronta di Jean-Marie Floch

La fotografia è sempre stata un oggetto teorico dispettoso: paradossale e sfuggente. Da un lato il suo rapporto con la cosiddetta realtà, dall’altro il suo controverso statuto estetico, e su tutto il suo enorme valore sociale. Una sola cosa si può dire con assoluta certezza: produce senso. Un punto di partenza per questo libro, che ha come obiettivo descrivere i meccanismi che lo rendono possibile, indagando la relazione che si istituisce fra visibile e intelligibile. È un’altra semiotica della fotografia quella che qui Floch teorizza e mette in pratica, che non va a caccia di essenze ma di dispositivi, lasciando che emergano dalle immagini. Cinque capolavori la cui analisi diventa non una caccia ai significati, ma una teoria del fotografico: Fox-terrier sul Pont des Arts (1953) di Robert Doisneau, L’arena di Valencia (1933) di Henri Cartier-Bresson, Il ponte di terza classe (1907) di Alfred Stieglitz, La cancellata bianca (1916) di Paul Strand, Nudo (1952) di Bill Brandt. In appendice, un saggio inedito in italiano che, discutendo a proposito di un museo della fotografia, solleva una questione attualissima: l’esposizione, e dunque la visione, delle fotografie.
[descrizione ufficiale del libro]

immagini tratte dal sito Moltemi

Il principio dell'equilibrio è anche una forma di estetica, emozionale - Yona Friedman

Jean-Marie Floch (1947-2001) è stato uno dei fondatori della semiotica visiva contemporanea. Ha lavorato come consulente in ambito pubblicitario e di brand management, mettendo a punto un approccio analitico originale ed efficace. È stato membro del Groupe de Recherches Sémio-Linguistiques (EHESS-CNRS). Tra i suoi lavori: Petites mythologies de l’oeil et de l’esprit (1985), Une lecture de Tintin au Tibet (1997) e, tradotti in italiano, Semiotica, marketing, comunicazione (1992), Identità visive (1997), Bricolage (2013).

estratto dal sito dell’editore